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Frattaglie di parole 

Il termine frattaglie non lo troviamo mai abbinato al termine parole e tantomeno a scrittura. Frattaglie si intende normalmente un miscuglio di interiora di animali, termine “carnale” per eccellenza, poco attinente a descrivere un percorso mentale che si presume essere più raffinato, quale è quello del pensiero e della scrittura. Il termine lo si può sentire in macelleria, difficile udire frattaglie in ambienti accademici o letterari. Nel descrivere il mio personale percorso penso invece che “frattaglie di parole”, rappresenti in modo efficace il mio muovermi tra le parole raccolte, anche se negli ultimi anni qualcosa è cambiato. So di non essere, e di non avere la tenacia e l’ambizione di poter dire, come succede a molti che amano scrivere:

“ Mi sveglio ogni mattina prestissimo e mi metto alla scrivania fino a tarda sera. La scrittura è tutta la mia vita” o altri che riescono anche a quantificare in ore

“Dopo aver bevuto il caffè, rimango alla scrivania tutti i giorni 4 o 5 ore”.

No, per me non è mai andata così, salvo eccezioni quando avevo scadenze a breve termine. Scrivere mi è sempre piaciuto, così come mi piaceva inventare storie con cui intrattenevo le amiche di classe, prefigurando che fossero loro le protagoniste, ma lo scrivere è stata attività discontinua, accumulavo via via frattaglie, e solo nell’autunno della mia vita, questa attitudine ha preso una  fisionomia più sistematica. Ovviamente il procedere in modo approssimativo, non si riferisce agli scritti prodotti in ambito lavorativo quali articoli dal taglio sociologico per riviste specializzate, relazioni finali di ricerche commissionate, risultati di dibattiti  legati ai lavori che di volta in volta svolgevo in quel momento[1]. Mi muovevo ancora tra frattaglie di parole nello “scrivere privato”.

Poi dal 2005, è nato il desiderio di dare sistematicità alle “frattaglie”. Il lavoro nella scrittura da quel momento portò alla prima pubblicazion(2007), che fu vissuta da me con grande soddisfazione. Sono passati 10 anni, a quella pubblicazione se ne sono aggiunte altre; questo mi permette di suggerire a coloro che ripongono molte aspettative nello scrivere le considerazioni che seguono.

Se pensate che lo scrivere vi possa arricchire o solo mantenere, abbandonate subito l’idea, non ne vale la pena, ma se riuscite a mettervi nell’ottica che il piacere dello scrivere è di per sé un privilegio, e non da tutti, allora si è già sulla buona strada. Di seguito ci sono i miei lavori pubblicati in 10 anni nel corso dei quali ho avuto delle soddisfazioni che non sono misurabili in denaro ma sono arrivata a pensare che, anche quando non si ricava un euro e non si hanno spese, ci si senta più ricchi di prima.

 

 

 

Pubblicazioni

 

Prima di entrare nel merito dei lavori che sono stati pubblicati vorrei precisare che essendo stata vicina per 10 anni a mia madre affetta dal morbo di Alzheimer, sono consapevole che più passa il tempo più “la stanza della memoria” si rimpicciolisce. Sento di aver già perso dei colpi a tale riguardo, ma mi auguro che le mie capacità cognitive siano tali, e lo rimangano ancora per parecchio, da rendere comprensibile ciò che scrivo. Pur minore il tempo che si ha davanti, perché già molto si è vissuto, non è mai così corto, da negarci la possibilità di esprimerci.

Fatta questa premessa cercherò di riassumere le motivazioni che stanno alla base di ogni lavoro elencato.

 

Uno degli ultimi lavori intrapresi nella mia passata stagione lavorativa è stata in campo riabilitativo e finalizzata a soggetti balbuzienti. Dalle riflessioni critiche su questa attività, nacque il primo piccolo libro dal titolo “ La balbuzie, cosa significa e come superarla” (Carocci 2007) . Il testo non contiene solo la descrizione di quanta sofferenza c’è intorno a tale disagio, sottovalutata nel nostro paese, ma anche una ricerca su quanto si realizza in altri paesi europei, più attenti a tale “disabilità”. Sensibilizzare affinché anche da noi si diffondesse conoscenza intorno ai problemi che vivono le persone con scarsa fluenza verbale, ho ritenuto che non fosse solo utile ma doveroso.

 

Con i soggetti balbuzienti ho sentito da subito una grande empatia, pur non avendo sofferto di questo disagio. L’obiettivo era di riferire ciò che andavo scoprendo lavorando con soggetti dalla scarsa fluenza verbale, raccogliendo le loro storie piene di insuccessi nei rapporti personali ma anche i loro successi nel comunicare attraverso la musica o altra forma espressiva, in cui la parola non fosse così essenziale. Era una soddisfazione scrivere circa i loro miglioramenti nel linguaggio, durante e dopo la fase riabilitativa, in definitiva le storie erano importanti quanto le teorie che andavo via via  raccogliendo. Si trattava di fissare sulla carta quel che scoprivo, riferire di esperienze su quell’argomento che altrimenti la mia scarsa memoria non avrebbe trattenuto, il tutto  per poter svolgere al meglio il lavoro con i soggetti presi in carico, ed era logico che questo lavoro di ricerca personale sfociasse in un saggio. Quando inviai solo i primi due capitoli mi risposero tre case editrici! Per la narrativa successiva non fu così facile trovare un editore.

 

I primi lettori di questo libro, ovviamente furono i soggetti balbuzienti, le loro famiglie e gli operatori del settore. Furono proprio i portatori di scarsa fluenza verbale, che  mi chiesero la traduzione dei contenuti del saggio in un linguaggio narrativo. Ricordo ancora il commento di un ragazzo:

 

“Nessuno leggerà il libro sulla balbuzie, tranne noi che ne siamo i soggetti interessati, bisogna scrivere un romanzo, qualcosa che attiri più persone e le renda consapevoli della nostra sofferenza, quando tentiamo di usare le parole per comunicare.”

 

Non potevo non accogliere questo suggerimento, io sapevo del loro disagio e pertanto mi misi all’opera, raccontando la storia di Vittoria una balbuziente che si riscatta attraverso corsi riabilitativi ma soprattutto grazie alla musica.

                                       

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Nacque così Mal di voce, (Aracne 2009), novella più che romanzo.

 

Da quel momento capii che mi piaceva  usare le parole per raccontare storie, mi divertivo di più, rispetto a scrivere saggi. Usare gli strumenti della narrativa era più affine al mio modo di essere.

Per “Mal di voce”, fu Aracne, una allora piccola casa editrice romana, ma legata ad ambienti universitari che pubblicò il libro. La più  grande soddisfazione  che mi diede questo lavoro fu la traduzione in sceneggiatura per una performance teatrale presso il Teatro Rosetum di Milano e la rappresentazione con interpreti molto bravi.

Con questi due lavori  si chiudeva un ciclo, con la consapevolezza che qualora mi fossi messa a scrivere avrei scritto una storia.

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Gli anni di inizio secolo furono anni molto difficili per tutta la mia famiglia perché, pur lavorando ancora, ebbi la dolorosa sorte di “diventare genitore dei miei genitori”, e questo perché, da figlia unica, dovetti occuparmi della vecchiaia di mio padre e di mia madre. Cosa che accade a tutti prima o poi, nel mio caso fu particolarmente complicata perché entrambi e contemporaneamente, pur per motivi diversi, ebbero quel che si può definire una difficile vecchiaia. Non esistono vecchiaie facili! Espressione già sentita; posso assicurare che quella dei miei genitori fu sicuramente una dolorosa vecchiaia, confrontata con altre che avevo ed ho esperienza di conoscere.

Mio padre, dopo un banale incidente perse la mobilità e con essa se ne andò anche un lavoratore ancora intraprendente, una persona vitale e piacevole a cui ero parecchio legata. Per la mamma invece fu il morbo di Alzheimer a portarsela via piano piano, perdendo pezzi di memoria e con essa pezzi di intelligenza, ambizione, e dignità.

Mancò definitivamente in un giorno, persino troppo pieno di luce, nel mese di maggio del 2008. Subito dopo, sentii il bisogno di riorganizzare un percorso doloroso per prendere più consapevolezza di quel che mi era capitato.

 

E’ nata così “La bimbamamma”(IUPPITER 2009), frutto di miei appunti sparsi in 10 anni, e altro materiale che documentava la malattia dalle diagnosi fino agli ultimi istanti.

Le riflessioni personali su questo pezzo di storia nella vita della mia famiglia è stata un’operazione di “autoterapia”. Penso ancor oggi che l’elaborazione del mio personale lutto, senza la scrittura, si sarebbe rivelato certamente più doloroso e forse più protratto nel tempo. Mi sento di consigliare a chiunque voglia aiutarsi nel periodo successivo ad  una mancanza importante, quale è quella di una persona vicina per parentela o altro, di  mettere nero su bianco, anche in modo approssimativo, frammentario, sgrammaticato, quel che si è vissuto vicino alla persona ammalata fino alla sua partenza da questo mondo. Non solo è utile per chi la scrive ma rimane una testimonianza per tutti coloro che quella persona avevano conosciuto.

La bimbamamma, rimase nel cassetto per circa un anno, nessun editore, tra quelli da me contattati, era interessato a pubblicarlo. La cosa da un lato mi dispiaceva, in fondo con i precedenti due lavori non avevo trovato nessuna difficoltà, ma nello stesso tempo ritenevo che il libro avesse svolto già una grande funzione, almeno nei miei riguardi.

Dopo circa un anno, una cugina passò il mio manoscritto ad un amico che volle farlo leggere ad un piccolo editore napoletano – anzi non era ancora una casa editrice, bensì una cooperativa di giornalisti – Il referente mi scrisse che era interessato a pubblicare il libro che uscì nel 2009 ma la presentazione ufficiale accadde solo dopo circa un anno.

Nel settembre 2010 nella magnifica cornice del Maschio Angioino di Napoli l’editore organizzò una presentazione, rimasta indimenticabile perché dal tavolo dove erano presenti, oltre a me e all’editore, anche altre persone, si poteva vedere il golfo di Napoli in tutta la sua bellezza. Il pubblico partecipò con domande ed anche con testimonianze. Altre furono le presentazioni, ancor oggi per questo libro, ma quella fu indimenticabile per l’emozione che mi procurò.

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Nella bimbamamma avevo tralasciato completamente di parlare di mio padre la cui vecchiaia, pur non essendo segnata da alcuna demenza, fu altrettanto dolorosa. Così decisi che il primo, di una serie di racconti parlava, anche se indirettamente della sua vicenda. La raccolta, che dedicai a lui, uscì con titolo “L’accudente e altri racconti”, (IUPPITER 2010). Sentivo di aver pareggiato i conti con la mia famiglia, ed anche questo mi fece stare meglio, ancora una volta compresi quanto fosse liberatoria ed auto terapeutica la scrittura.

 

Il primo racconto è dedicato a mio padre e alla sua badante, con la quale ancor oggi sono legata ed anche gli altri  sono il risultato di “frattaglie” riviste e corrette in diversi momenti della mia vita. Il racconto che chiude la raccolta è il risultato di  un viaggio di studio a San Francisco, grazie al Centro Nazionale Ricerche che finanziò il progetto di ricerca. Questa esperienza all’estero rimane una pietra miliare nella mia formazione culturale.

Ho scritto altri racconti, anche recentemente, prendendo spunto da piccole vicende vissute personalmente o apprese da altri o dalla cronaca. Sono sempre nel cassetto perché so benissimo che farei molta fatica a trovare un editore; pare che soprattutto in Italia non siano molto graditi, salvo eccezione per i grandi autori, ed ovviamente questa mia raccolta, con una modestissima veste grafica, non ebbe vita facile.

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Nel gennaio del 2012 partimmo, io e mio marito, per un viaggio in Argentina, a seguito di una corrispondenza con parenti discendenti da uno zio di mia madre emigrato in quelle lontane terre nei primi anni del novecento.

Fu non solo un viaggio ma la possibilità di conoscere parte della mia famiglia per via materna e pertanto un’esperienza bellissima e molto arricchente. Fu proprio l’incontro con un primo cugino di mia madre, Daniel Grittini, avvenuto a Buenos Aires a rivelarmi l’esistenza di sua sorella Nora Celia, desaparecida proprio il primo anno della dittatura militare, nel 1976. Nora venne prelevata dall’ospedale dove lavorava e di lei non si seppe più nulla. Ovviamente questa storia mi colpì molto, così chiesi a Daniel, se potessi scrivere su questa terribile storia. Purtroppo il materiale su Nora era scarso ma quel che più mi colpì fu che era mia coetanea e che l’età di mia figlia minore (26 anni nel 2012) fosse la medesima della  sparizione di Nora.

Quel che scrissi, “El panuelo blanco, viaggio in Argentina”(ARACNE 2013), contiene questa storia.Venne pubblicato ancora da Aracne![2]

 

A Daniel a cui mandai il manoscritto ancor prima di consegnarlo all’editore piacque il lavoro e mi disse che si sarebbe impegnato per tradurlo in spagnolo e trovare un editore.

A traduzione avvenuta chiese all’Associazione delle madri di Plaza de Majo (la madre di Daniel e Nora fu tra le fondatrici) di scrivere una breve presentazione.

Alla casa editrice Aracne chiesi di aspettare a pubblicarlo, per avere la pagina di presentazione dell’Associazione delle madri, ma per motivi a me ancora poco chiari, il libro uscì senza quella presentazione. Penso che la vita di questo lavoro, in Italia sarebbe stata diversa se avessero aspettato a pubblicarlo!

  “El panuelo blanco”, viaggio in Argentina, si sviluppa, intorno a tre archetipi.

  • Il primo è il concetto di “viaggio”, inteso non solo in senso geografico da un luogo all’altro, ma viaggio in senso lato e quindi anche all’interno delle origini della propria famiglia, e quanto può essere diverso “Il viaggio” vissuto da due persone di diversa generazione, in questo caso di madre e figlia.
  • Il secondo archetipo rimanda al concetto di “mistero”, legato ad un preciso momento storico. In questo caso il mistero, è rappresentato dalla “scomparsa” di una giovane donna di una famiglia argentina, avvenuta durante gli anni della dittatura militare che iniziò nel 1976 per finire con la guerra delle Malvinas nel 1983.
  • Terzo archetipo, il concetto di “resistenza”, soprattutto delle Madri, ma poi anche delle Abuelas di Plaza de Mayo ed i simboli di questa resistenza: il panuelo blanco innanzi tutto, ma anche tutto ciò che si può vedere al Parque de la memoria di Buenos aires, ed ancora tutto quello che l’arte, in tutte le sue manifestazioni – letteratura, pittura e scultura, cinema, teatro – ha messo in campo affinché l’umanità non dimenticasse.

Il fazzoletto bianco – traduzione del panuelo blanco – è il simbolo delle tante madri che da anni camminano ogni giovedì nella Plaza de Mayo per non dimenticare i loro figli fatti sparire negli anni bui della dittatura militare. Tra queste madri c’era, fino al 1988, anno della sua morte, anche la mamma di Nora Celia Grittini. Gli scomparsi non erano vivi, non erano morti, semplicemente non erano più.

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A distanza di 6 anni dalla prima pubblicazione della bimbamamma l’editore mi chiamò e mi disse se volevo aggiungere una seconda parte al libro per poter realizzare una seconda edizione. Accettai perché mi ricordai di un episodio che mi accadde subito dopo la presentazione a Napoli nel 2010.  Avevo da poco aperto un mio profilo Facebook, sollecitata soprattutto dai ragazzi che seguivo nella terapia riabilitativa, quando mi arrivò un messaggio da Paola, figlia di un papà malato di Alzheimer e moglie di un geriatra napoletano che un giorno le diede da leggere “La bimbamamma”. Il messaggio era il seguente:

“E’ lei che ha scritto la bimbamamma? Volevo farle i miei complimenti, purtroppo sto vivendo la stessa situazione con il mio papà ed è veramente dura, visto che contemporaneamente mi  occupo della mia bimba di 6 anni e mi sembra di togliere qualcosa all’una o all’altra ….grazie per il suo libro!”

 

Il messaggio mi incuriosì molto, risposi a Paola che mi sarebbe piaciuto conoscerla di persona. Dopo molti mesi questo avvenne a Napoli e la simpatia ed intelligenza che manifestava la giovane insegnante fu tale che le chiesi se potevo scrivere della sua storia ed eventualmente intervistare suo marito, geriatra a Capri. La collaborazione della famiglia fu totale, così quando inviai questa nuova parte che riguardava il materiale raccolto ed un approfondimento riguardante la figura di Axel Munthe e Capri, l’editore sembrò entusiasta e quindi pubblicò la seconda edizione dal titolo “ La bimbamamma”, la storia del geriatra di Capri ed il concetto di cura, nel segno di Axel Munthe(IUPPITER 2015).

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[1]Nel CV  ufficiale sono elencati gli articoli a cui si fa riferimento nel testo

[2] Dal gennaio 2018 il contratto per questo libro con Aracne è in scadenza. 

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© Assunta Rota.